Il linguaggio ebraico conosce una moltitudine di
espressioni che sono state tradotte con ‘peccato’ o ‘colpa’.
Tutti questi termini ebraici definiscono però fatti concreti. Di
conseguenza, non è stato possibile trovare una parola precisa per la
definizione di ‘peccato’ o ‘colpa’ in generale. Per tale ragione
non c’è da meravigliarsi se le traduzioni greche variano: Matteo
parla di ‘debiti’, Luca di ‘peccati’ e la Didaché di ‘debito’.
Nell’ebraico fondamentalmente non si fa differenza
tra l’azione peccaminosa, il senso di colpa che ne deriva e il castigo
finale, perché questi dati di fatto, che noi abbiamo fissato in tre
stadi diversi, per l’uomo dell’Antico Testamento sono
soltanto punti cruciali all’interno di un avvenimento unico, chiuso in
sé, inscindibile. (…)
La parola greca hamarna (peccato) significa
propriamente ‘mancare il bersaglio’. Se un tiratore deve colpire il
bersaglio e non lo centra, ‘pecca’, cioè manca il traguardo. Ma noi
quale bersaglio, quale traguardo dobbiamo raggiungere? Dobbiamo
maturare, per diventare esseri umani ben precisi, determinati,
inconfondibili, in cui tutto il potenziale è contenuto, sviluppato e
riunito. È quello che Platone descrive come avvicinamento della nostra
immagine a quella originaria e Aristotele come enre/écheia (impulso
di sviluppo diretto alla meta). Nel Nuovo Testamento questo
processo è assimilato all’essere trasformati nell’immagine di
Cristo (2 Corinzi 3,18) e C.G. Jung lo chiama ‘individuazione’.
“Individuazione psicologica significa consapevolezza di quella
individualità che ogni essere possiede senza saperlo.” Questa
individualità è costituita dall’uomo intero: con la sua
consapevolezza e il suo inconscio. “L’impulso all’individuazione
è la necessità di trovare la vera realtà che si nasconde dietro la
nostra superficie e che spesso gli altri vedono molto più chiaramente
di noi stessi.”
Se non assecondiamo questo impulso all’individuazione,
se vogliamo persistere nell’inconsapevolezza, allora ‘pecchiamo’.
La via dell’individua-zione è dunque la meta. Peccare vuol
dire non camminare su questa via e quindi vivere passando accanto al
bersaglio della nostra vita e mancandolo. Quando il regista
cinematografico francese Henri Georges Clouzot trovò la fede in Dio,
disse: “J’ai été à coté de moi-même longtemps. Je me suis
enfin rejoint” (Per lungo tempo sono stato accanto a me stesso.
Finalmente mi sono raggiunto) .
Il ‘vivere accanto a se stessi’ e il ‘lasciare
che l’esistenza scorra accanto a se stessi’ è la grande tentazione
di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente. È la carne, che
continua a contrastare gli impulsi dello spirito, cioè del nostro Sé (Galati
5,17 e Romani 7,14 e seguenti). Ogni qualvolta non siamo sulla via
verso l’interezza, vale a dire, quando non siamo fedeli a noi stessi,
non facciamo centro: ‘pecchiamo’. Qualsiasi forma di unilateralità
è ‘mancare il bersaglio’. Chi giudica unicamente con la ragione e
non vi aggiunge pure il sentimento (e viceversa) commette ‘peccato’.
Chi percepisce soltanto il mondo esterno e non ugualmente quello
interiore (e viceversa) commette ‘peccato’. Chi si orienta
esclusivamente sui valori materiali e nega quelli spirituali (e
viceversa) manca il bersaglio: commette ‘peccato’. Diventare interi
significa perciò: integrare ciò che è parziale, unilaterale. Peccato
equivale a mancare la totalità. Nel Nuovo Testamento ciò che
vuole lo spirito è esaltato sotto l’aspetto dell’amore, e più
precisamente, nella sua triplice forma di amore per se stessi, per il
prossimo e per Dio. Se manchiamo il bersaglio dell’amore, commettiamo
peccato.